Psicologo Napoli

Nomofobia: la patologia del mondo iperconnesso

venerdì 24 maggio 2019 - 09:31

Dott.ssa Silvia Del Buono, Dott.ssa Federica Sasso

 

Almeno una volta, ognuno di noi ha provato una sensazione di ansia di fronte all'improvviso scaricarsi della batteria del proprio telefono, accorgendosi di averlo dimenticato a casa, o di fronte al fatto che, nel luogo in cui ci si trova non c'è campo. Fino a pochi anni fa, il cellulare aveva la sola funzione di effettuare telefonate e inviare messaggi, oggi invece le sue tante funzionalità lo rendono uno strumento quasi indispensabile ed utilizzabile ovunque e in circostanze diverse nell'arco della giornata. Dunque, in un numero di persone sempre maggiore, l'impossibilità di usufruirne costantemente può generare disagio e nervosismo.

 

Cos'è la Nomofobia?

 

Tutto questo ha un nome: "Nomofobia". È infatti dal 2008 che alcuni ricercatori britannici hanno così definito il terrore di rimanere privi del telefonino, dove "nomo" è l'abbreviazione di "no mobile phone" seguito dalla parola fobia, "paura". La ricerca in questione è stata commissionata già nel 2008 da YouGov, società internazionale di ricerche di mercato e analisi dei dati basata su Internet, con sede nel Regno Unito, al dipartimento per la telefonia delle Poste britanniche. Dai risultati emerse che circa il 53% degli utenti di telefonia mobile del Regno Unito soffrivano di quella che può essere definita una vera e propria patologia. Questa nuova manifestazione patologica, colpisce maggiormente gli uomini (58%) rispetto alle donne (42%). La fascia d'età maggiormente coinvolta dalla dipendenza da Smartphone risulta essere quella tra i 18 e i 25 anni, come sostenuto dalla ricerca di Francisca Lopez Torrecillas dell'Università di Granada, a causa di bassa autostima e problemi nelle relazioni sociali.
Secondo David Greenfield, professore di Psichiatria all'Università del Connecticut, l'uso prolungato e frequente dello smartphone può influire sulla produzione di dopamina (il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa), che tenderebbe di conseguenza ad aumentare all'apparire di una notifica di WhatsApp o Facebook. Nel 2015, il Journal of Computer-Mediated Communication ha pubblicato uno studio sull'impatto della separazione dal cellulare in un gruppo di individui possessori di iPhone. Ai partecipanti veniva assegnato un compito: un puzzle di parole, durante il quale non potevano rispondere al loro cellulare, a cui ricevevano continue telefonate. Grazie a bracciali wireless che rilevavano la pressione sanguigna è stata monitorata la loro reazione ed è stato così dimostrato che, quando i partecipanti non potevano rispondere alla chiamata in arrivo durante il compito, si verificava un aumento del battito cardiaco e un aumento della pressione sanguigna. 

 

 

Nonostante le ricerche sul tema della Nomofobia siano ancora piuttosto limitate, Bragazzi e Del Puente, ricercatori dell'Università di Genova, proposero (a quanto pare senza esito) nel 2014 il suo inserimento nel "Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali" (DSM). I ricercatori genovesi definirono la nomofobia come una patologia caratterizzata da ansia, disagio, nervosismo e angoscia causati da essere fuori dal contatto con un telefono cellulare o un computer, utilizzata per lo più come guscio protettivo o mezzo per evitare la comunicazione sociale. Essa può dunque essere considerata come una vera e propria dipendenza e di conseguenza il suo primo sintomo risulta essere la negazione, il che ne rende più difficile l'accettazione e la cura. Ciò implica l'innescarsi di un circolo vizioso, in cui si ha "bisogno di aumentarne progressivamente il dosaggio".
La ricerca di Bragazzi e Del Puente ha consentito di isolare alcuni comportamenti che sono risultati essere indicatori dell'insorgenza di una vera e propria dipendenza da cellulare, tra i quali:
 - Guardare costantemente lo schermo del telefono per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate. In questo caso si parla di un particolare disturbo che definito ringxiety, mettendo insieme la parola "squillo" in inglese e la parola ansia, caratterizzato da stati d'ansia o agitazione diffusa dovuti a squilli o vibrazioni che si sente provenire dal proprio cellulare, in realtà inesistenti.
 - Controllare costantemente il livello di batteria del dispositivo per assicurarsi che non possa scaricarsi;
 - Mantenere il telefono cellulare acceso 24 ore al giorno e/o dormire con il proprio telefono a letto. 

 

Il Phubbing: la morte della relazione

 

Un fenomeno piuttosto recente, collegato alla dipendenza da Smartphone, è quello del Phubbing (termine nato dall'unione delle parole "phone" e "snubbing", cioè snobbare o ignorare) che consiste nell'atteggiamento di chi si isola e trascura la compagnia fisicamente presente, per convogliare la propria attenzione esclusivamente sullo smartphone. Per combatterlo, già da alcuni anni l'australiano Alex Haigh ha avviato una campagna antiphubbing, per evitare il dilagare di un fenomeno, che rischia di giungere alla completa alienazione degli individui, annullandole le capacità di socializzazione e integrazione. Nel portale della campagna (Stop Phubbing) si legge che se il phubbing fosse un'epidemia decimerebbe 6 volte la popolazione della Cina, o ancora che si è accertato che in media nei ristoranti si verificano 36 casi di auto alienazione per pasto, il che equivale a trascorrere 570 giorni da soli mentre si è in compagnia di altre persone. Molti luoghi di aggregazione in tutto il mondo e recentemente anche in Italia, hanno quindi dato vita a delle iniziative "Smartphone free", vietando l'utilizzo del cellulare, talvolta anche sequestrandoli all'ingresso, per consentire agli avventori di concentrarsi sulla relazione reciproca vis-a-vis.

 

 

 

Lo smartphone: un nuovo "strumento educativo" pericoloso

 

In questo scenario rivoluzionario riguardante la comunicazione umana risulta evidente come le relazioni amicali e sociali stiano evolvendo attraverso nuovi scenari e, conseguentemente, anche le dinamiche familiari, ed in particolare la relazione tra genitori e figli, sembrano essere fortemente influenzate dall'utilizzo di strumenti multimediali. Per bambini sempre più piccoli, oltre che per i ragazzi, lo Smartphone si sta radicando tra le abitudini esistenziali, come un "vero e proprio compagno di vita", capace di creare un collegamento immediato con il mondo. Anche gli adulti, quindi, subiscono l'influsso di un oggetto inanimato, in grado di rispondere virtualmente alle necessità evolutive dei loro figli. Per questo motivo diventa sempre più complesso per i genitori – lasciati sempre più soli dal contesto sociale rispetto all'educazione da impartire ai propri figli - definire dei limiti e dei confini anche relativi al tempo e al luogo di utilizzo dello Smartphone. Questa criticità che i genitori affrontano potrebbe essere spiegata dalla potenza dirompente dell'oggetto, associata alla specifica fase evolutiva in cui è immerso il figlio preadolescente, improntata sulla ricerca, sulla scoperta e sulla spinta all'autonomia. In merito a ciò diversi studi hanno evidenziato come lo Smartphone sia diventato ormai un nuovo "strumento educativo", difatti molti genitori lo fanno utilizzare ai propri figli già a partire dall'età di un anno o meno scaricando apposite applicazioni interattive per l'apprendimento; tuttavia non mancano casi in cui spesso sono dati loro per distoglierli da eventuali capricci oppure per tranquillizzarli.

 

 

Uso dei telefonini da parte dei bambini: lo stop dei pediatri

 

La Società Italiana di Pediatria ha sottolineato che l'impiego eccessivo degli Smartphone soprattutto nei primi anni di vita può incidere con il corretto sviluppo cognitivo e comportamentale dei bambini ed ha sottolineato l'importanza in tale fase di crescita della relazione con i genitori e gli oggetti presenti nel proprio ambiente di vita, che non possono essere assolutamente rimpiazzati dagli Smartphone. Per tali ragioni, in accordo con l'Associazione Americana di Pediatria e con le Linee Guida Australiane, la Società Italiana di Pediatria consiglia di non far utilizzare gli Smartphone ai bambini prima dei due anni di età, consentendone l'uso nell'arco di una giornata di meno di un'ora fino ai cinque anni di età e di meno di due ore fino agli otto anni di età; inoltre ne scoraggia l'utilizzo a tavola e prima di addormentarsi.

 

 

Al giorno d'oggi lo Smartphone è considerato dalla maggior parte delle persone un bene indispensabile, il cui uso eccessivo però potrebbe causare delle problematiche non solo ai bambini, ma anche ai più grandi, portando ad isolarsi e a perdere di vista l'importanza della relazione face to face con l'altro e il mondo circostante. A tal fine è necessaria un'educazione sul suo corretto utilizzo prima per gli adulti e poi per i più piccoli, affinché ci sia un impiego consapevole e limitato di questo strumento.

 

 

Riferimenti

 

Bozzola E., Spina G., Ruggiero M., Memo L., Agostiniani R., Bozzola M., Corsello G., Villani A., "Bambini in età prescolare e Media Device: le raccomandazioni della Società Italiana di Pediatria", 2018 https://www.sip.it/wp-content/uploads/2018/06/Bambini-in-et%C3%A0-prescolare-e-i-Media.pdf

Bragazzi N.L., Del Puente G., "Aiuto sono sconnesso! No-mo-fobia e altre dipendenze telematiche", Andrea Pacilli Editore, Manfredonia, 2016

Bragazzi N.L., Del Puente G. "A proposal for including nomophobia in the new DSM-V", in Psychology Research and Behaviour Management", 7:155-160, 2014

Clayton R.B., Leshner G., Almond A., "The Extended iSelf: the impact of iPhone Separation on Cognition, Emotion and Physiology, in Journal of Computer-Mediated Communication, 20(2): 119-135, 2015

Greenfield D.N., Davis R.A. "Lost in cyberspace: the web @work", in Cyberpsychological Behaviour", Aug: 5(4): 347-53, 2002

The Statesman, "Nomophobia, the latest in the stress list", April 2, 2008

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